sabato 11 febbraio 2017

9. Kevin e lo scrivano

Paolo e Alina si affacciarono al giordino, e subito si fermarono tremanti. Due enormi pitbull, uno nero e uno bianco, dagli occhi di fuoco e il manto lucido, gli sbarravano la strada. Ringhiavano mostrando i denti, i muscoli di tutto il corpo ben tirati.
- Dimenticavo! Sono Diablo e Neve. Sono  di guardia qui. Non lasciano passare nessun estraneo.
Paolo non voleva far capire a Ariel di essere terrorizzato, e a causa della paura non riusciva a pensare, a trovare la soluzione. Sembrava pietrificato.
Ma ecco dei passi:
- volevate lascirci indietro... Cosa fate, i fidanzatini. Qui c’è un mondo da salvare e voi... -  Era Alice, che arrivava con Frida. Erano dimaste discretamente indietro. – Ma perchè state lì immobili come mammalucchi?
_ Guarda, Alice, che meraviglia! – Frida, avanzando aveva visto Neve e Diablo. -  Venite pulcini, venite qui, volete due coccole, lo so. Qui nessuno ve ne da!
- Sei pazza, questi ti sbranano! – Paolo,  sempre più  preoccupato, guardava i “pulcini” avvicinarsi all’amica. Stranamente non ringhiavano più. Forse si preparavano così all’attacco.
Arrivati di fronte a Frida, osservandola come incantati dalla sua nenia sciocca di complimenti e tenerezze. E mentre gli amici rabbrividivano, Frida  carezzava il muso e faceva il solletico sulla testa. E i due mostri si buttarono a terra, a pancia in su, per lasciarsi grattare e massaggiare il pancino.
Alina era esterrefatta: - Come hai fatto?
- Io amo gli animali, gli parlo. Po ho fatto un corso. Poi ti spiego.
I ragazzi presero  fiato un attimo, con i cagnoni ai loro piedi, cui diedero da bere dalle loro bottigliette di plastica.
- su fidanzatini, si va. –il gruppo si faceva sempre più numeroso: Neve e Diablo si accodarono alla compagnia, sicuramente con l’intento di difendeli nella difficile impresa.
- Guardate quella figura scura vicino alla fontana: non è lui, Kevin?
- Ma non è solo!

Kevin aveva caldo. Gli abiti dello spazzacamino erano pesanti. Non poteva toglierli, temeva di non essere più invisibile  ?????
Era andato a prendere un po’ di fresco in giardino. Ed ecco una figura minuta nascosta in un pastrano marrone. Si avvicinò: ecco gli cchi azzurri, dolci e ingenui, il viso pallido e timido,la  fronte corruciata da chissà quali preoccupazioni.
-Principessa! Ti nascondi? Io ti riconosco da  mille, no, da un milione di anni.  Principessa…
- Principessa? Io sono lo scrivano, lo scrivano del re. Come avete compreso che sono una fanciulla, nessuno se ne accorge, sotto questo pastrano! E, vi dirò, questo non mi dispiace, sono sempre e solo lo scrivano. Mi scusi, lei come sa...?.
- Mi scusi, non volevo essere indiscreto, ma il portamento,. l’espressione e lo sguardo dicono molto di voi…
- Mi scusi, lei chi è?
- Io sono Kevin, Kevinchenonhapaura… il più coraggioso… no, schrzavo, volevo dire... sono lo spazzacamino, e sono qui per ripulire i camini, e mi stavo giusto incamminando verso i tetti, c’è un bel po’ di lavoro qui.
- Bene, questo mi rassicura… Dallo sguardo fiero già stavo pensando, che so, ad un ambasciatore, ad un nobile…
- Io? Ambasciatore, nobile? Ma no, non c’è mestiere più umile del mio!
E parlando i due… si guardavano! Sì, si guardavano negli occhi! Sì, avete ben capito, già erano innamorati.     E ancora non lo sapevano, e non sapevano che non ci si può innamorare uno spazzacamino e uno scrivano del re, e poi innamorarsi tra  giovani di tempi tanto difficili e tanto distanti, in verità neanche intuivano quanto, dato che non avevano conoscenza uno  dell’altro da che tempo venisse: una questione non da poco.
A Kevin venivano alla mente frasi d’amore, ma mica si può parlar d’amore subito così. Pensò rapidamente… ci volevano argomenti facili, leggeri, altrimenti la fanciulla timorosa se ne sarebbe volata  via…
- Ma… forse lei conosce… la storia buffa che mi ha raccontato la cuoca? La storia delle piume del re? È storia vera?
- Certo, è tutto vero.
Lo scrivano tra sé e sé pensava: non è certo uno spazzacamino!
Lo spazzacamino pensava: non me la dà a bere,  non è certo uno scrivano!
Da una finestra al primo piano si udirono voci concitate: lo scrivano, dove si è cacciato?…
E dalle cucine altre voci: Kevin, dove sei?
I bambini chiamavano in coro Kevin, che sembrò non udirli. Con un sorriso ebete attraversava a passolento i giardini reali, con una grossa spazzola annerita appoggiata sulla spalla, e reggendo dall’altra parte una lunga scala di legno.
- Chissà cos’ha in mente!
- Kevin sa in fatto suo. Certamente  così camuffato andrà a spiare i petenti del regno.
- Ma noi non possiamo mica stare qui con le mani in mano!
- Ragazzi, attenti, avete a  che fare con persone cattive e più forti di voi. Se proprio volete affrontarle, andate prima da Ginetto, vi aiuterà.
- Chi è questo Ginetto?
- E’ il magazziniere. Lo trovate  nelle cantine del castello.
- Sappiamo andarci, conosciamo la strada. Ci siamo stati ai tempi di Barbablù. Allora lì c’erano le prigioni.


8, L'ultima stanza

Paolo, Alice e Frida arrivarono di corsa. Temevano di non fare in tempo. Di Kevin neppure l’ombra. Volevano chiedere ai soldati  di guardia, ma questi, appena li videro, sguainarono le spade.
- Ragazzi, gambe in spalle! - e Paolo  si lanciò nella corsa più veloce della sua vita. Mai aveva dimostrato simili doti atletiche! E gli altri dietro...
Correndo entrarono nell’androne, attraversarono i giardini, e si introdussero nel palazzo. Salirono sempre di corsa lo scalone che portava alle stanze del re.
- Ecco Kevin, là in fondo. – riuscivano a vederlo... – Ehi, aspettaci.
E in un attimo era già scomparso.
- Ehi voi, che ci fate qui! –una cameriera si era affacciata da una delle stanze, e li aveva scoperti. Scapparono via veloci.
E in un attimo arrivarono in fondo al corridoio, e si fermarono di fronte a una porta socchiusa. Qualcosa disse a Paolo di aprirla... ed ecco la principessa!  
La principessa era bella e dolce. Gli occhi azzuri erano  finestre su cieli  aperti e acqua di mare. Qualche goccia di quel mare scendeva sulle sue guance.
Paolo interruppe la sua corsa: - Perché piangi, bella principessa? Qui tutti sono allegri.
- Non hai notizia di quel che succede? Ci sarà una nuova guerra. ministro della guerra.Il ministro della guerra...
- E’ un pazzo!
- Sì, è pazzo, ma distrugge il mondo. Vuole combattere i paesi più potenti per sottometterli, e i paesi più deboli perché è facile sconfiggerli, quelli più ricchi per appropriarsi delle loro ricchezze, e i più poveri perchè teme la loro invidia... Ora sta preparando l’esercito per  la partenza.
- Che fare?
- Nulla si può di fronte alle decisioni del re e dei ministri.
- Noi invece lotteremo.
- Noi?
- Io sono Paolo, e questi che stanno arrivando sono Frida e mia sorella Alice. Arriviamo dalla città e da un altro tempo, ma questo magari te lo spiegherò un’altra volta, è una faccenda un po’ complicata. E poi c’è Kevin... Cavolo, mi stavo scordando! Lo stavamo inseguendo. E poi ci sei tu. Andiamo, non c’è tempo da perdere!
Si sentiva in distanza la cameriera strillare: - Degli estraneei, là in fondo al corridoio... 
- Ma scusa, spiegami, lotterete... lotteremo..., per cosa, e con quali armi?
- Non c’è tempo ora! Poi ti spiego. Ora scappiamo, vieni...
La principessa non piangeva più. Non aveva capito molto, ma il sogno di un mondo senza guerra le aveva fatto dimenticare in un attimo la famiglia reale, il castello e gli sfarzi della sua vita di principessa. Lasciò che Paolo prendesse la sua mano e volò via con lui e gli altri amici. La coroncina d’oro pesava e le erea d’impiccio, e la buttovia via nella corsa; si inciampava nel vestito di seta e tulle, e lo tirò su con la mano libera... e non sembrava più una principessa. 

Alina – questo era il nome della fanciulla – guidò i nuovi amici fuori dal castello. Sapreva districarsi nel labirinto di stanze e corridoi. Giunsero in un giardino stupendo, un’esplosione di colori e forme mai visti. Ma una brutta sorpresa li aspettava qui...

giovedì 9 febbraio 2017

7. L'indifferenza

Kevin decise di  introdursi nel castello. I discorsi ascoltati in piazza gli sembravano tutte panzane. Poveri, guerre...
- Sei pazzo? Dove vai solo e senza armi? Come vedranno uno sconosciuto, le guardie ti saranno addosso! E con questi abiti strani, come potrai passare inosservato? – Paolo scrollava la testa,preoccupata. Sentiva la sua voce, anche se si tappava le orecchie con le mani.
- Per conoscere i misteri del castello... devo andarci, solo. Tu  occupati  di Alice, Frida e Armida.
Voleva andare solo, per non mettere in pericolo i suoi amici. E soprattutto per dare prova a se stesso del suo coraggio. L’immagine di Paolo svanì, e la sua voce si ridusse a un flebile sussurro. Sapeva di non poter trattenerlo. Niente da fare,  Kevin era irremovibile quando si lanciava in un’impresa impossibile.
E si avviò nella notte, guidato dalla luce della luna.
Arrivò all’alba. Era stanco, impolverato, e soprattutto affamato. Poteva rimediare qualcosa da mettere sotto i denti rubacchiando dai cesti dei contadini, ma la curiosità di scoprire i segreti del castello era più forte.  Scivolò alle spalle dei soldati in armatura, e entrò inosservato. Salì l’enorme scalinata di marmo con il cuore in gola al pensiero di incontrare  qualcuno, e arrivò alla grande sala da pranzo. Entrando incrociò un maggiardomo, che reggeva un piatto d’argento contenente una pietanza squisita, a giudicare dal profumo. Si preparò ad una fuga veloce, ma successe qualcosa  di inaspettato.  Il maggiordomo proseguì per  la sua strada senza manifestare nessuna attenzione nei confronti di Kevin. Sembrava non vederlo neppure. Kevin era confuso. Come poteva non accorgersi di lui a pochi centimetri.  Allora osservò l’interno della sala e vide due cameriere in piedi a fianco delle cibarie succulente. Stavano chiacchierando animatamente tra loro. Spettegolando di qualcuno a quel che pareva. Si mise di fronte a loro, dall’altra parte del tavolo, assicurandosi di aver la via libera per la fuga a primo strillo delle donne. Eppure niente. Continuavano a ciarlare  e a ridere. Allora Kevin si fece più ardito:
ehi voi… ascoltate… per chi sono queste prelibatezze? E’ questa la sala da pranzo del re?
Niente, oltre a non vederlo non sentivano la sua voce. Scrollò le spalle, senza capire. Poi, vista l’immunità, adocchiò una torta al cioccolato e si servì abbondantemente, pulendosi poi le dita nella tovaglia ricamata.
A questo punto riprese a gironzolare sicuro per le stanze del grande edificio. Qua e là trovava guardie che proteggevano la regina, la principessa e i ministri in riunione. Si fece sempre più ardito: si piazzò di fronte al più truce dei soldati e tirò fuori un palmo di lingua, e poi gli fece pure una pernacchia… cose mai viste. Poi  gli cadde lo sguardo su di una foglia impigliata nella sua casacca, e gli venne un’idea. Il solletico… solletico sotto il naso – un bel nasone – della guardia. Che cominciò a starnutire e a sudare abbondantemente, non potendosi  fregare il naso, per non abbandonare la sua posizione   statuaria e autorevole.   
Smise poi per compassione, ridendo come un matto e pensando a  quando avrebbe raccontato  questa scena agli amici.
Ma come faceva a essere diventato invisibile, trasparente?
- Che sciocco! Il succo di ciliegia!
Continuò il suo giro. Incontrò la regina che misurava  un abito tutto sete e nastri dorati, e si appropriò di uno scampolo tutto intessuto di perle da regalare a Alice. Volle provare il letto regale, morbidissimo, con qualche capriola. Belle fanciulle che si imbellettavano e corrugavano la fronte  vedendo nuvolette di polvere rosa depositarsi sugli abiti, come se qualcuno la soffiasse verso di loro. I servi che pulivano i fucili non capivano perché scivolavano via dalle loro mani.  E il ministro della guerra, che pareva essere di casa, imprecò per le porte che  si   riaprivano da sole. E questo gli dava fastidio mentre era in bagno intento a leggere il suo giornalino preferito, di guerra ovviamente.
Kevin non si era mai divertito tanto. Poteva spiare i segreti. Ancora non aveva visto il re, ma ci sarebbe arrivato.  E poteva muovere gli oggetti non visto, e cambiare il volgere degli eventi, e forse anche la storia.
Ma ecco il rumore di passi di corsa lungo le scale... Qualcuno poteva esersi accorto di lui? Meglio non sfidare la sorte, e filare via...

martedì 7 febbraio 2017

6. Il magazziniere

Paolo, Alice e Frida si avviarono verso le segrete, rimaste uguali. Buie, polverose, piene di ragnatele.
Proviamo a cercare qui. Almeno sapessimo cos’ha in mente!
Trovarono per fortuna una una lampada a petrolio e, timorosi, si avventurarono per i lunghi corridoi. E trovarono damigiane di vino, casse… e infine ripiani pieni di bottiglie di liquido trasparente… lacrime, diceva l’etichetta. Poi scatole avvolte nella carta da pacchi: ne svolsero una e l’aprirono piano... risa di bambini! Si voltarono intorno increduli: le risa provenivano proprio dalla scatola.
Perché conservare risa e lacrime?
- Ehi voi, che fate? giù le mani, mocciosi! Come vi permettete! Via, sciò! 
A parlare così, con tono concitato, era un ometto buffo, poco più alto di Paolo, con una lunga barba grigia, e un enorme cappello a tuba in testa, vestito per il resto come un pagliaccio, con dei larghi pantaloni a righe e un panciotto nero, occhialni appoggiati  su un enorme naso. Arrivava spingendo una botte, che faceva rotolare.
Paolo diede un pizzicotto ad Alice, che stava mettendosi a ridere, con una mano davanti alla bocca.
- Smettila, sciocchina, può essere pericoloso!
- E come siete arrivati qui, mocciosi?  Questo materiale è prezioso, riservato, è coperto da segreto di stato! Allora, ditemi, chi siete mai? Sembrate… bambini?
- Siamo Alice, Paolo e Frida. Siamo qui per cercare il nostro amico Kevin. Non volevamo carpire i tuoi segreti, giuro.
- Chi è questo Kevin? Qui non viene mai nessun bambino, hanno tutti paura.
- Noi veramente saremmo dei ragazzi, e veniamo dalla città: Paolo, Frida e Alice. Scusa, ora sai chi siamo, dicci: tu chi sei?
Sono il magazziniere. Ho l’incarico speciale di conservare e amministrare questo materiale segreto.  Qui sono custoditi tutti li dolori e le gioie del popolo di Gamondio. Risa, pianti, sospiri, d’amore urla di rabbia, parole di speranza, cantii di ogni tipo: ninne nanne, serenate...  Interessante. Ma a cosa serve conservare tutto ciò?
- Beh, qualcuno un giorno potrebbe averne bisogno. Senti…
- Sai, noi  vorremmo fare qualcosa per salvare il regno. Questa roba può forse servire?
Ginetto si mise a ridere.
- Voi, microbi, cosa volete fare?
- Ridi di noi? Facci solo respirare il profumo della speranza e ascoltare le risa degli altri bambini del regno, e vedrai…
- Allora volete fare sul serio. Allora, come posso aiutarvi… La speranza, no, non vi serve, ne avete in abbondanza, e le risa dei baambini, che si odono di rado nel regno, le conoscete bene. Vi darò questo piccolo flacone, attenzione che è l’unico che ho, pieno di saggezza. E questa bottiglia piena di coraggio. Ora andate, sciò… Ah, un po’ di umiltà, dove l’ho messa? Non è che vada a ruba, ma un po’ ne ho censervata da qualche parte... 

I tre ringraziaro e si avviarono, percorrendo a ritroso i corridoi delle segrete. Erano diretti all salone delle riunioni di governo, guidati dal vociare autoritario dei ministri.

Dov’era Kevin? Dove si era cacciato in questo mondo ostile, in questo tempo oscuro?  Non ti sei fidato di noi, ma ti ricrederai. Resisti, arriviamo. 

giovedì 2 febbraio 2017

5. Il banditore

I ragazzi furono attratti da un rumore cadenzato, e uscirono sulla piazza a curiosare.
Due duomini con divise sgartianti stavano in mezzo alla piazza. Uno suonava il tamburo e  l’altro saliva su un palchetto di legno e svolgeva una pergamena.
La gente si faceva intorno, e i bambini  videro espressioni preoccupate.
- Che succede?
- E’ arrivato il banditore, non vede?
- E che fa il banditore?
- Porta notizie.
- Brutte notizie?
- Se va bene nuove tasse, se va male  guerre... e le  tasse sono appena state aumentate...
- Udite udite – Gonfiando il petto, il banditore urlava e scandiva le parole - Il re e i ministri, preoccupati per il bene del popolo tutto, rendono noti  i provvedimenti presi: le genti che vivono ai confini del regno rappresentano un danno e un pericolo.
Un danno, in quanto offrono uno spettacolo sgradevole per i gli animi più sensibili del paese, con i loro abiti cenciosi e l’abitudine insana di rovistare fra i rifiuti. Per non  parlare del lezzo che emanano.  Sua maestà non ha potuto recintare con alti muraglioni   tutto il regno, fiumi  mari e montagne l’anno impedito.
Ma ben più grave è il pericolo che può venire dai popoli vicini: perchè si sa che la povertà genera invidia, e queste genti potevano da un momento all’altro cercare di scavalcare o abbattere le mura per appropriarsi delle loro cibarie succulente, e degli abiti sontuosi e delle belle case.
Paolo guardò la popolana a fianco, che non era sontuosamente vestita...
- E sua maestà, unitamente ai ministri, ha deciso, per la felicità dell’amato paese,  di dichiarare guerra ai vicini. Il popolo aderirà entusiasta  all’impresa, non vede sicuramente l’ora per  lottare per difendere i valori del paese, dimenticando lo scontento che l’inedia stava causando.
Alcuni uomini applaudivano in prima fila. Tutti gli altri si  allontarono sbuffando e lamentandosi. Le donne piangevano.
La popolana si allontanò bofonchiando per ritornare alla proprie faccende.
I ragazzi tornarono da Armida per chiedere spiegazioni. Quel mondo appariva loro così oscuro!
- Armida, perchè le donne del borgo sono così arrabbiate. Capisco che non vogliano la guerra, ma loro neanche ci vanno!
- Ma cos’avete nella zucca, ragazzi? Da dove venite mai!  Le donne rimangono a casa mentre i mariti vanno in guerra, e devono pensare da sole ai bambini, e lavorare il doppio...
Piuttosto,che ne è di Kevin? On siete andate a cercarlo? L’avete trovato?
I ragazzi tornarono alla ricerca...

  
  

4. Le piume del re

 Il re era triste. E quando un re è triste è una gran disgrazia: perché un re triste non può ben governare, non può nella melanconia avere a cuore il bene dei suoi sudditi. Non può pensare alle arti e alle lettere, alle bellezze della natura, all’avvenire dei fanciulli,  alla necessità di sollevare il suo popolo dalla povertà materiale e morale. Diventa a tutto ciò indifferente  a causa del suo umore grigio.
Questo successe al nostro re: e ancora oggi ne conserviamo il terribile ricordo.
Ma ecco come andarono le cose. Il nostro paese viveva in pace. Aveva tante risorse: terre fertili, sole, boschi, acque, nonché il proverbiale ingegno delle nostre genti.  Non era certo ricco, ma una grande ricchezza possedeva, fatta si sogni e di speranze. Il nostro re ci parlava di un grande avvenire che andava costruendo, e il nostro popolo lo seguiva docile. 
Ma un giorno successe che, per colpa di un maleficio architettato da chissà quale nemico - che lui nemici non aveva mai avuto - lo cambiò dal giorno alla notte. Si chiuse nella stanza più alta della torre più alta del suo castello, ed espresse il desiderio non vedere più alcuno; non si occupò più del suo popolo, che tanto aveva amato sino ad allora. Una nebbia grigia calò su tutto il paese. Arrivò notizia del suo malessere sino ai confini del regno, e tutti gli abitanti persero l’abituale allegria e la speranza. Nel paese non si cantava né si suonava, né si componevano più rime; non si lavorava più.  Uniche a rimanere operose furono le cento sarte del reame, impegnate a confezionare fazzoletti ricamati per asciugare le ragali lacrime.
I sovrani dei paesi vicini vennero a sapere della tristezza del re e dei suoi sudditi, e non poterono rimanere a ciò indifferenti, piombando anch’essi nello sconforto.   
Allora le menti più nobili del mondo intero si mobilitarono per la salvezza del re triste. Unirono i loro sforzi per cercare qualcosa che potesse restituirgli la gioia di vivere, e decisero di portargli dei doni in occasione dell’anniversario del regno. Tutto ciò che di più bello esisteva al mondo doveva essere deposto ai piedi del re triste, al fine di risvegliarlo.
Per primo venne un grande musicista, da oltre oceano. Un enorme pianoforte fu portato a spalle  dai servitori sino in cima alla torre.  Il re accolse il maestro in abiti dimessi, senza corona sul capo, smagrito e dal viso pallido e consunto, quasi irriconoscibile.  Dinnanzi a tale visione il pianista si impietosì e commosse a tal punto da esibirsi nella sua interpretazione più intensa di “per elisa”, divenuta  memorabile. I sudditi intorno al castello ascoltarono commossi. Restarono in attesa, ma non successe nulla. Il sovrano non si risvegliò. Nessuna emozione trapelò dal suo volto. Anzi, agli occhi dei servitori parve ancora più affranto e lacrimoso
I saggi non si persero d’animo. Mandarono il giardiniere, a mostrare la rosa più bella dei giardini reali, che egli un tempo amava tanto: un fiore raro, una rosa blu.
Il poeta lesse versi toccanti; il re vide smeraldi neri, ramarri, invenzioni mirabolanti, giochi di prestigio. Si avvicendarono al suo capezzale artisti e maghi, letterati e acrobati, teatranti e scienziati. Ma non una smorfia di curiosità animò mai il viso del re. Niente fu in grado di smuoverlo dal suo torpore
Quando i saggi  sembravano aver perso ormai ogni speranza arrivò il re della Norvegia, accompagnato dalla nipote  adolescente, bionda e bellissima, che compì il miracolo. Il re triste, intenerito dalla dolcezza e dalla grazia della fanciullina, riprese a sorridere. Le parlò, si interessò alle cose della sua vita di bambina, la accarezzò con grande tenerezza, dimostrando di essere di nuovo l’uomo di valore di un tempo. Diede prova, oltre che della sua sensibilità, anche di grande generosità, e ricoprì d’oro la fanciulla che lo aveva salvato.
Tornò a farsi vedere in pubblico, bello ed elegante come il popolo lo ricordava; la corona tornò ben salda sul suo capo (anche per nascondere la incipiente regale calvizie).
Nel paese tornò la serenità; il popolo riprese a lavorare e a  sperare. Il vecchio re per la verità non dedicava più molto tempo agli affari di stato, si interessava ormai unicamente ai festeggiamenti e  alle guerre, come si conviene ad un sovrano. Al resto pensavano i suoi validi consiglieri.
E che ne fu del re di Norvegia e della nipotina? Il primo tornò a governare, mentre la nipotina rimase al castello, dove sembrava trovarsi molto a proprio agio: la residenza era grande e lussuosa. Si intratteneva con la servitù, giocava con le bambole, passeggiava per il parco,  si  arricciava gli stupendi biondi capelli e faceva bagni profumati con petali di rosa. Ogni giorno dedicava le prime ore del pomeriggio al re. Le cameriere sapevano che la fanciulla cantava e danzava per lui, ma erano incuriosite da tanta assiduità; si appostarono un giorno dietro la porta della camera del sire: videro la giovinetta, vestita al solito come una principessa - con un abito un po’ troppo corto per la verità -  che con una piuma di struzzo faceva il solletico ai piedi regali.
E il re rideva rideva rideva…

La notizia fece il giro di tutto il reame, varcando persino i confini, e “il paese della poesia” fu da quel momento nominato irriguardosamente “paese delle piume”. Numerose fanciulle si offrirono per sollevare il re dalla malinconia. Fecero confezionare abiti di seta, si arricciarono i capelli, colorarono le guance, e si recarono alle porte del castello, attendendo pazientemente il proprio turno.
I sudditi furono lieti di offrire le proprie figlie, non tanto per i doni che ricevevano in cambio, quanto per il bene del re e dell’intero popolo.
I sudditi i quali  avevano, ahimè, solo figli maschi si consolarono ben presto per il fatto che il re trovò loro una degna occupazione: li inviò soldati nelle numerose guerre intraprese al fine di portare in patria ricchi bottini, che egli non teneva per sé ma elargiva alle fanciulle.  
La vita nel regno cambiò: scienziati, poeti, musici, indovini, maghi e acrobati, dimostratisi incapaci di dare sollievo alle sofferenze del re (e quindi del popolo tutto) furono cacciati oltre confine. Andarono vagando di villaggio in villaggio, vivendo di elemosine, ricevendo di quando in quando un pasto caldo da qualche anima buona..
I laboratori degli scienziati e dei maghi  furono adibiti a botteghe in cui pettinare e arricciare i capelli delle fanciulle del re; gli alambicchi e le provette che avevano visto nascere l’elisir di lunga vita e tante cure miracolose contenevano ora nuovissime  tinture per capelli e permanenti.
Il parco reale, in cui era un tempo possibile vedere piante tropicali e rose blu, lasciò il posto ad un allevamento di struzzi e galline, che avrebbero fornito le piume necessarie al sovrano in gran quantità.
Le scuole, ormai deserte, ospitarono corsi di danza. Le inutili biblioteche vennero svuotate e messe a disposizione delle cento sarte del re, che non erano più dedite alla produzione di fazzoletti ricamati, ma di abiti all’ultima moda per le fanciulle.
I libri furono bruciati sulla piazza antistante al castello, e un enorme rogo illuminò a giorno l’intero reame, per la felicità delle fanciulle in attesa  alle porte del castello, del re e di tutti i sudditi. Che vissero appunto felici e contenti…

Dopo secoli e secoli di tanta serenità successe una notte che uno dei mendicanti rifugiatisi sulle montagne fece un brutto sogno. Dopo aver mangiato una porzione assai abbondante di pasta e fagioli e un avanzo di stufato innaffiati di buon vino rosso, presso l’oste pietoso di una locanda sperduta, fece un sonno pesante, disturbato da strani sogni . Gli ospiti della locanda gli sentirono  pronunciare frasi insensate, versi incomprensibili, specie di formule magiche…
E per colpa di uno stufato la storia cambiò.
Il giorno seguente una fanciulla del reame, mentre aspettava che la sarta finisse il nuovo abito per la festa del re (ce n’era una ogni settimana) andò in solaio, e lì scoprì una strana macchina impolverata e arrugginita, con sopra un grosso coperchio nero, e una enorme campana che la sovrastava. Incuriosita soffiò via la polvere, e, pensando che l’apparecchio servisse per asciugare i capelli, girò la manovella. E quale non fu il suo stupore quando, unitamente a una nuvola di polvere, una musica dolce e sconosciuta riempì la stanza.
Nello stesso momento un soldato di ritorno dalla guerra sorvegliava un giovane prigioniero, destinato all’allevamento di struzzi del re: lo straniero cominciò a cantare la sua terra perduta, i suoi cari, la sua gente… e mai furono udite note più struggenti.
Nel contempo un bottegaio trovò, rovistando nella dispensa, un volume recante la scritta “sussidiario”, per una qualche disattenzione sfuggito al rogo di tanti anni prima. Decise di utilizzarlo per avvolgere le bistecche di struzzo che vendeva in quantità - degli struzzi qualcosa si doveva ben fare, una volta spennati -. E così un mare di versi, di formule, di imprese eroiche, di belle immagini  si riversarono sul regno.

E una splendida barbarie cominciò…

I ragazzi pendevano dalle labbra di Armida. Solo Mafalda sapeva raccontare storie così bene.
Ebbero subito la sicurezza che si trattasse di una storia vera.
-  Armida, questo sovrano non mi piace. Che losco figuro!
- Si preoccupa di divertirsi e basta!
- I giovani sono tutti in guerra o a fargli il solletico!
- E i libri, bruciarli tutti! Noi veramente non li amiamo molto i libri, ma  capiamo che non si può stare senza…
- Ma ragazzi, non avete capito nulla, la fiaba finisce bene, parla di un cambiamento! - Armida scrollò la testa: - Comunque non date retta a questo panzane: le fiabe devono  avere un lieto fine, ma la raltà è diversa. Io sono vecchia sapete, ne ho viste di tutti i colori. Ma un mondo giusto non l’ho visto mai.
- Ma ora c’è ancora questo re?
- No, sul trono c’è il nipote,  ma non è meglio del predecessore; per di più è affiancato da ministri che forse sono peggiori di lui.
- Che paese sfortunato!
- Potete ben dirlo!
Era quasi sempre Paolo a parlare. Si voltò cercando conferma in Kevin, ma era sparito.
- Kevin, Kevin! Dove sei! Cos’hai in mente di combinare? Paolo era preoccupato, e anche un po’ irritato: Kevin cercava nuovamente di escluderlo dalle sue imprese! -  Ragazzi, forza, andiamo a cercarlo!



3. Il castello

Il castello di Balbablù era molto diverso da come lo ricordavano: le mura e le torri sembravano le stesse, ma non erano diroccate,  il tutto era molto più curato, come se ci si trovasse in un tempo diverso. C’era un bellissimo giardino con aiuole di fiori che  sembravano ricami. Il castello doveva essere abitato, e dava l’impressione di una vita lussuosa. Dalle finestre aperte vedevano un enorme salone sontuoso, tutto quadri, ori e specchi .
Non osavano bussare o introdursi nel castello. Passarono davanti al grande portone intarsiato, e proseguirono, finchè trovarono casupole più dimesse. Sbirciarono dalla finestra, e videro una figura familiare: una vecchietta vestita di nero, girata di spalle, che armeggiava vicinoa una vecchia stufa.
- E’ lei!
- Mafalda!
La vecchia si girò, e quale fu la delusione quando i ragazzi videro un viso aggraziato, anche se rugoso: non c’erano il nasone, il mento adunco e i nei pelosi della amata strega!
- Chi è là? Mafalda... chi osa nominarla? E’ morta da cento anni… io sono Armida, la serva, cuoca di corte. E voi da dove sbucate? E che ne sapete di Mafalda?
- Scusaci. Ci sembrava di vedere una certa somiglianza….   
- Siamo quattro ragazzi, Paolo, Kevin, Frida e Alice. Veramente Alice è solo una bambina…
- Ma  come vi siete conciati? E’ carnevale?
- Veramente ci siamo vestiti così per  gioco.
- Beh, attenti ai gendarmi, sospettano delle persone originali, e non scherzano…  e che fate qui? Siete ladruncoli, vero?
I tre avrebbero voluto raccontare una bugia, ma non gli venne in mente nulla. Tutti e tre stranamente pensarono  - e dissero in coro - la stessa cosa:
- Siamo qui per combattere le ingiustizie.
La vecchia scoppiò a ridere, ma la sua espressione non era di scherno ma di simpatia.
- Venite  sciocchini, venite qui ladruncoli ingenui, che vi preparo un latte caldo. Chissà da quanto tempo non mangiate…
Nel frattempo cambiatevi, che così vi prendono subito. In quel cesto ci sono gli stracci della servitù. Sono abiti laceri, ma puliti. Questi sono gli abiti dello spazzacamino, mettili tu che sei più alto – si rivolgeva a Kevin -.
Bevvero un ottimo caffelatte. Armida doveva essere così convinta che fossero dei ladri che non fece loro domande.
- Perché ridi, quando diciamo che vogliamo sconfiggere le ingiustizie? Non ti sembra un nobile intento?
- Nessuno può sconfiggere le ingiustizie di questo reame: la povertà, le guerre, la natura violata. E piaga peggiore è la morte della speranza…
- vedrai Armida, cambierà!
 Intanto, vestiti di abiti laceri, si erano piazzati intorno al tavolo e aiutavano Armida a pelare le patate.  
Lavorando, chiesero della storia  del  castello. Armida conosceva Barbablù?
- Barbablù è morto da tempo. Ora c’è il re Gustavo II, nipote di Gustavo I, denominato il “re delle piume”. Conoscete la storia  di Gustavo? Se volete sapere qualcosa del regno dovete conoscere le sue vicende.  Ora vi racconto. Ma poi di racconterete voi come come fate a conoscere Barbablù e Mafalda.
Si capiva che Armida non vedeva l’ora di raccontare storie ai bambini, come una qualsiasi nonna:

- Allora,  c’era una volta….